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Sarno. Quel cinque maggio che fu di lacrime e fango (video)

Ogni anno si rinnova il ricordo della tragedia del 1998 tra Sarno, Bracigliano e Quindici, con un dolore che non passa.

5 maggio, il giorno della memoria e della consapevolezza

A Sarno ogni anno, il 5 maggio riapre una ferita profonda, che il tempo ha solo ricoperto, mai davvero rimarginato. È quel giorno funesto in cui torna a galla un prepotente dolore collettivo, ma anche la consapevolezza di una tragedia che ha cambiato per sempre il volto del territorio tra Sarno, Bracigliano e Quindici. In quel piovoso pomeriggio del 1998, ai piedi del Monte Saro, il fango scese come un giudizio inarrestabile, portando via uomini, donne e bambini senza distinzioni. Le case, le strade e le abitudini furono inghiotte dall’impeto fangoso: tutto fu sommerso da una furia cieca e devastante.

La liturgia del dolore

Da quei giorni funesti, quel lembo di terra è diventato un parco silenzioso della memoria. Le case sono state ricostruite dove scorrevano le vene di quel fango assassino, e la vita è ripresa, almeno in apparenza con un vuoto sottocutaneo inspiegabile. Sotto la superficie della normalità, scorre ancora il ricordo di quelle vite spezzate, dei nomi pronunciati tra le lacrime e fango mentre le eliche degli elicotteri solcavano il cielo ancora in cerca di dispersi. In quei giorni sospesi, mentre il tempo sembrava aver perso senso, nacque una liturgia del dolore che da allora si rinnova ogni anno, come un rito civile e umano che cerca di tenere accesa la memoria e, con essa, la speranza.

Una nuova fioritura

Come scriveva Lucrezio, la natura non agisce per vendetta, ma segue le sue leggi, indifferente alle sorti degli uomini. Eppure, ciò che l’uomo può fare è osservare, imparare e rispettare. “Nulla è più potente della natura, che può dare la vita e toglierla con la stessa naturalezza con cui muove le stagioni.” In questi luoghi dove il lutto convive da oltre un quarto di secolo con la quotidianità, ogni primavera porta con sé una nuova fioritura, fragile ma ostinata.

Il monito del mai più

Oltre le tenebre, oltre i resti lasciati come monito del “mai più”, c’è il bisogno di un rispetto nuovo per ciò che ci circonda. La provvidenza, per chi crede, e il senso di responsabilità, per tutti gli altri, chiedono lo stesso gesto: vivere il mondo con più attenzione, anche in nome di chi cadde e non c’è più. Perché la natura, come insegna la storia e la poesia, non si può comandare, ma si può ascoltare. E ricordare.

I narratori pluviali: storie e quotidianità contadina lungo il fiume Sarno

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Luciano Verdoliva
Luciano Verdoliva
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