Ad Angri torna al centro dell’attenzione la panchina rossa vandalizzata: un simbolo fragile che racconta più di tante parole.
La panchina rossa vandalizzata ad Angri, un simbolo tradito
La panchina rossa di Angri, quella della Piazza Doria, che dovrebbe ricordare a tutti il valore della lotta contro la violenza di genere, oggi appare malconcia, imbrattata e quasi irriconoscibile. Violata esattamente come tanti episodi raccontati dalle cronache. Una scena che, a guardarla bene, rasenta l’ironia involontaria: il simbolo della consapevolezza ridotto a metafora perfetta della distrazione collettiva e di un belato senza fine di chi di accaparra la paternità provvisoria della monumentalità del simbolo. Una distrazione che, pur senza accusare nessuno, non è difficile collegare a una certa leggerezza a chi dovrebbe occuparsi con serietà delle politiche sociali, spesso più abili a inaugurare che a prendersi cura. Ma in tal caso non c’è nessun zoliano “J’accuse” ma solo considerazioni sulla mediocrità di un sistema politico locale incapace di gestire anche i processi più semplici e di ordinaria amministrazione.
Un simbolo che chiede meno cerimonie e più cura
Anche perché ciò che è accaduto, a Piazza Doria, non è solo un gesto di vandalismo, ma l’ennesimo segnale di quanto certi temi vengano percepiti come “ornamenti urbani” e non come richiami quotidiani a una responsabilità didascalica e condivisa. La panchina vandalizzata diventa così un messaggio rovesciato: se nessuno preserva dalla “capritudine“, forse significa che alcuni simboli sono stati consegnati alla città senza l’attenzione necessaria, e che, frattanto, la tutela degli spazi pubblici non può essere lasciata all’abitudine alle foto di rito, da mettere necessariamente nelle vetrine inutili dei sociali solo per alimentare gli alieni algoritmi e un consenso solo virtuale senza necessarie consequenzialità. Un’assenza che pesa, anche perché la prevenzione culturale passa proprio dai dettagli che scegliamo di non ignorare.
Una memoria che richiede partecipazione, non solo ricorrenze
C’è una frase che risuona mentre si osserva quella panchina divelta e “vilipesa” dalla stupidità: “A volte la prima forma di violenza è il silenzio di chi dovrebbe parlare.” C’è una collerica amarezza nel constatare come spesso siano proprio le donne, per prime, a sottovalutare quei segnali che invece meriterebbero voce e protezione. Forse ripartire da questo simbolo deturpato potrebbe essere occasione per una riflessione meno episodica e più consapevole, restituendo senso a un oggetto che non è un arredo, ma una simbolica e potente promessa: quella di non voltarsi mai dall’altra parte.
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