Solo il 16% dei negozi italiani è davvero accessibile: un dato che racconta una esclusione culturale prima ancora che strutturale
L’accessibilità che si ferma sulla soglia
Agro Nocerino Sarnese. Secondo i dati Istat, appena il 16% dei negozi italiani risulta realmente accessibile alle persone con disabilità. Una percentuale che racconta più di una carenza infrastrutturale: descrive una cultura dell’esclusione quotidiana. Mancano gli scivoli, mancano le porte automatiche, mancano gli spazi per muoversi tra gli scaffali. Ma soprattutto manca l’idea che una persona con disabilità sia, prima di tutto, una persona. Così l’accoglienza si interrompe sulla soglia, in senso letterale e simbolico, trasformando il diritto di entrare in un privilegio concesso a pochi.
Quando la persona diventa una categoria
È qui che avviene lo slittamento più pericoloso: la persona smette di essere vista come individuo e diventa una categoria, un “caso”, qualcuno che “ha altre priorità”. Non più un cliente davanti a uno specchio, ma una presenza immaginata in un ambulatorio. Non più qualcuno che sceglie un vestito, ma qualcuno a cui “basta che sia pratico”. È una riduzione silenziosa, che nega il diritto alla vanità, allo stile, al gusto, alla scelta personale. Una forma di violenza sottile, perché toglie dignità senza alzare la voce.
La violenza invisibile della normalità negata
Come ricorda AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla, fonte originaria di questa riflessione, la disabilità non cancella il desiderio di riconoscersi, di piacersi, di sentirsi a proprio agio nel proprio corpo. Eppure il mondo continua a comportarsi come se fosse così. L’inclusione viene immaginata come qualcosa di serio, grigio, funzionale, privo di bellezza. Si concede l’autonomia, ma non il colore. Si accetta la vita, ma non il vestito. È questa l’idea da scardinare: non basta rendere accessibile uno spazio se resta inaccessibile lo sguardo.
Oltre le rampe, il diritto allo specchio
Non servono solo rampe, corridoi larghi e camerini adeguati. Serve il diritto di guardarsi allo specchio e dire “mi riconosco”. Serve un commercio che non riduca la disabilità a una condizione da gestire, ma la riconosca come parte della normalità umana. La disabilità non cancella la persona, non cancella il gusto, il desiderio, la frivolezza che tiene vivi. Continuare a ignorarlo non è distrazione: è una responsabilità collettiva. Ed è, oggi più che mai, davvero inaccettabile.
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