Processo Sarastra. Accolto il ricorso della Procura generale e della DDA contro la decisione della Corte d’Appello. Il procedimento sarà celebrato davanti a un diverso collegio giudicante
Accolto il ricorso della Procura e della DDA
Il processo Sarastra non si chiude. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dalla Procura generale e dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno, annullando la decisione della Corte d’Appello e disponendo un nuovo giudizio davanti a un collegio in diversa composizione. L’udienza potrebbe essere celebrata a Napoli. La vicenda nasce dalla decisione della Corte d’Appello di dichiarare inammissibile l’impugnazione proposta dalla pubblica accusa contro le assoluzioni pronunciate nel novembre 2024 dal Tribunale di Nocera Inferiore nel procedimento sul presunto voto di scambio politico-mafioso a Scafati.
Il nodo dell’appello presentato in forma cartacea
Secondo i giudici di secondo grado, il ricorso della Procura era stato depositato con modalità cartacea anziché telematica, come previsto dalla riforma Cartabia, rendendo l’impugnazione inammissibile e non sanabile. La Procura generale e la DDA hanno invece sostenuto che il deposito cartaceo fosse l’unica modalità concretamente praticabile, poiché il sistema informatico destinato all’invio telematico risultava non funzionante al momento della presentazione dell’appello. La Suprema Corte ha ritenuto fondate le ragioni della pubblica accusa, disponendo così un nuovo esame della vicenda processuale.
Le assoluzioni e le contestazioni dell’Antimafia
Nel procedimento sono imputati Pasquale Aliberti, il fratello Nello Maurizio Aliberti, Roberto Barchiesi, Giovanni Cozzolino e Ciro Petrucci. L’inchiesta della DDA ipotizzava un patto elettorale politico-mafioso con il clan Loreto-Ridosso, che avrebbe riguardato le elezioni comunali del 2013 e quelle regionali del 2015, quando candidata era Monica Paolino, ex consigliere regionale di Forza Italia e moglie dell’allora sindaco di Scafati Pasquale Aliberti. Secondo l’accusa, Aliberti avrebbe avuto un ruolo centrale nell’organizzazione del presunto accordo elettorale con il clan.
Le motivazioni della Corte d’Appello
Nelle motivazioni depositate dopo le assoluzioni, la Corte d’Appello aveva evidenziato come dagli atti processuali non fosse emersa la prova certa dell’esistenza di un accordo tra il clan e gli imputati, né per le elezioni comunali del 2013 né per quelle regionali del 2015. I giudici avevano inoltre escluso la sussistenza di elementi idonei a dimostrare un vero e proprio “contratto” politico-mafioso fondato sullo scambio tra voti e utilità. Con la decisione della Cassazione, il procedimento giudiziario entra ora in una nuova fase. Il nuovo collegio della Corte d’Appello sarà chiamato a riesaminare il ricorso della pubblica accusa, riaprendo di fatto il contenzioso dopo le assoluzioni pronunciate alla fine del 2024. L’ultima parola sulla vicenda giudiziaria, dunque, resta ancora da scrivere con risvolti imprevedibili.
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