Decenni di denunce, campagne e promesse raccontano un territorio nel quale l’emergenza ambientale continua a ripresentarsi.
Da Celati al Sarno, un viaggio dentro la normalità
Fiume Sarno. Il fiume può essere «una specie di deserto di solitudine, che però è anche la vita normale di tutti i giorni», scriveva Gianni Celati a proposito del Po. Altra storia. Anche a noi forse non interessa veramente il fiume nella sua accezione pura, ma tutto ciò che ci permette di vedere: periferie senza nome, abitudini minime, un paesaggio che cambia senza che nessuno se ne accorga. È un cammino fatto di margini, di cose lasciate ai bordi dello sguardo di vite vissute con silente violenza.
Forse è una riflessione troppo profonda che ci restituisce un’immagine diversa e più letteraria del fiume Sarno. Forse non apparentemente allineata allo stato liquido del momento che si ripete ad ogni stagione calda. Un’osservazione che non è soltanto lungo gli argini. È attraverso la raccolta documentale di decenni di interventi annunciati, campagne di sensibilizzazione, controlli, progetti di risanamento, mobilitazioni civiche e discussioni politiche. Un percorso lungo il quale cambiano gli interlocutori, le amministrazioni, i linguaggi utilizzati per raccontare il problema, ma alcune questioni restano cristallizzate e sostanzialmente le stesse. Il Sarno continua a rappresentare una delle contraddizioni più evidenti di questo territorio: attraversa una delle aree agricole e produttive più importanti della Campania e, al contempo, porta con sé gli effetti di una lunga storia di pressioni politiche, urbane, industriali e ambientali.
Le apparenze che riempiono il paesaggio
Celati aveva sicuramente intuito qualcosa che va oltre il semplice racconto di viaggio. Il paesaggio può essere pieno di cose e, al contempo, povero di relazioni e di significato. Le costruzioni, le strade, le attività economiche e le infrastrutture possono riempire fisicamente uno spazio senza risolverne le fragilità. Lungo il Sarno questa contraddizione assume una dimensione concreta. Il territorio è densamente abitato, attraversato da attività produttive, coltivazioni, infrastrutture e agglomerati urbani. Ma il fiume resta il punto nel quale molte delle criticità di questo sistema finiscono per concentrarsi.Ogni estate il problema si ripropone e sempre con più violenza verbale. E con esso ritorna anche il rituale politico-mediatico della salvaguardia del fiume. La rete e il suo algoritmo ci suggeriscono le immagini, le dichiarazioni, i sopralluoghi, le denunce, le richieste di intervento. Si riaccende il confronto pubblico. Il fiume torna per qualche mese al centro dell’attenzione.
Il rito estivo della salvaguardia
C’è qualcosa di ormai popolarmente riconoscibile nella rappresentazione pubblica del Sarno. Sulle sue rive si alternano amministratori, parlamentari, associazioni, tecnici, comitati e cittadini. Ognuno manifesta a giusta guisa una parte della propria lettura del problema. Nel racconto di questa bollente estate compaiono anche figure che appartengono alla politica contemporanea: il sindaco influencer malato di reel, l’onorevole bacchettone, il sindaco etico. Non sono necessariamente persone precise, ma categorie di un sistema comunicativo nel quale la questione ambientale diventa anche contenuto politico. Sembra che il problema non sia che si parli del Sarno. Il problema è quando il racconto della questione finisce per sostituire la soluzione. Uno, cento sopralluoghi, non disinquinano un corso d’acqua. Una diretta sui social non modifica una rete fognaria, intercapedini illegali. Una denuncia politica non sostituisce un controllo ambientale. Un convegno non realizza un collettore. Una fotografia del fiume non cambia la qualità delle sue acque. Sarebbero strumenti utili soltanto se fanno parte di un processo nel quale alla comunicazione segue l’intervento.
Un fiume, molti territori, una sola questione
Il fiume Sarno non appartiene a un solo Comune. Il suo sistema fluviale scorre in territori diversi, raccoglie acque e criticità differenti, entra in relazione con una rete complessa di canali, affluenti, reti fognarie, impianti di depurazione e scarichi. Pertanto il problema non può essere affrontato attraverso una successione di iniziative locali non coordinate. La recente clamorosa mobilitazione nell’Agro nocerino sarnese, con cittadini e amministratori impegnati sul Fosso Imperatore, dimostra che la questione continua a essere presente nella vita della gente. E il confronto tra sindaci torna a porre una domanda che non può essere elusa: quale strategia complessiva esiste per il bacino del Sarno? Certamente non soltanto interventi sul singolo tratto, emergenze stagionali, operazioni di immagine. Serve una lettura dell’intero sistema.
La malattia del fiume non è soltanto nell’acqua
Parlare del fiume Sarno esclusivamente come di un corso d’acqua inquinato rischia inoltre di ridurre la questione alla qualità dell’acqua. Il problema è più complesso ed articolato. Riguarda il rapporto tra urbanizzazione e territorio, la gestione delle acque reflue, il funzionamento degli impianti, la manutenzione dei corsi d’acqua, il controllo degli scarichi, il rischio idraulico, la pianificazione urbanistica e la capacità delle istituzioni di lavorare in sinergia oltre i confini amministrativi. Poi è anche una questione culturale. Perché un territorio può adattarsi al proprio degrado fino a considerarlo parte del paesaggio, a rendere normale ciò che non dovrebbe essere normale. Può accadere che l’emergenza, ripetendosi per decenni, perda persino la capacità di sorprendere. Quel “deserto di solitudine” narrato da Celati non indica necessariamente un luogo vuoto. Può indicare un luogo nel quale la presenza umana è enorme ma la capacità di costruire una relazione equilibrata con lo spazio è diventata un assetto debole.
Dalla sorgente alla foce
Seguire il fiume Sarno significa attraversare Sarno, l’Agro nocerino sarnese e l’area vesuviana, fino alla foce di Castellammare di Stabia. È un percorso nel quale cambia il paesaggio, cambiano le densità abitative, cambiano le attività economiche. Ma il fiume mantiene la funzione di raccogliere ciò che accade intorno a sé. Alla foce arriva il risultato di una storia che non può essere attribuita a un solo amministratore, a una sola stagione politica o a una sola categoria produttiva. È una responsabilità stratificata. Ed è proprio per questo che il Sarno non può essere guarito con una nuova stagione di dichiarazioni. Occorre misurare ciò che viene fatto, verificare ciò che è stato realizzato, individuare ciò che ancora manca e rendere pubblici risultati e tempi. Se no, anche questa estate rischia di diventare soltanto un altro capitolo dello stesso racconto e di essere archiviato in rete.
Domani saranno cambiati i protagonisti sempre più liquidi. Cambieranno le prospettive e gli slogan, ma questo dannato fiume, invece, continuerà a raccontare la parte della storia che non ha bisogno di comunicati stampa ma di concretezza di lunghissimo termine.
Agro nocerino sarnese. Opere pubbliche, l’Europa impone il “Climate proofing”













