Sul palco di Alfonso Scoppa un momento fuori schema diventa simbolo di un rito collettivo e di una diversa lettura della politica
Un episodio che accende il dibattito
Potevo scrivere ed essere cinicamente critico. Ma no. Vedere il dottor Massimiliano Mazzola ballare sul palco, dove di lì a qualche minuto avrebbe tenuto il suo primo discorso pubblico il candidato a sindaco della città di Angri, Alfonso Scoppa, in una narrazione stereotipata avrebbe potuto generare facile ilarità, ma non è stato affatto così. La velocità con cui quel breve video della sua performance ha circolato nelle chat dedicate – dove non mancano i critici e chi si sente al di sopra di ogni ragionamento impudico – credo abbia invece suscitato soprattutto simpatia, in particolare in una generazione come quella dei cosiddetti Boomer, Generazione X o affini.
Il fatto lo avrei potuto impostarlo con cinismo in chiave critica. Ma no. La scena, nella sua immediatezza, si prestava anche a una lettura ironica, quasi caricaturale. Eppure, la velocità con cui quel frammento si è diffuso ha mostrato ben altro: una reazione prevalentemente empatica, soprattutto in quella generazione che ancora riconosce nella leggerezza una forma di resistenza.
Tra rito e bisogno di leggerezza
La vita è spesso sovraesposizione e finzione, ma è plausibile che “Max” abbia voluto esprimere sinceramente una forma di spensieratezza attraverso un gesto quasi rituale, un atto esorcistico volto a stemperare una tensione che in città si respira da troppo tempo. Il suo ballo ha richiamato alla memoria antichi e ancestrali riti propiziatori. Sappiamo che in questi gesti c’è molta spontaneità, una componente di goliardia tipica di una certa generazione, che in parte riconosco anche come mia: ci si sente ancora un po’ bambini e, con l’arma dell’ironia, del rito e del sentimento comico, si affrontano le inevitabili difficoltà e le doglianze della vita di ogni giorno. Quel ballo, più che una performance sembra essere stata l’evocazione di antichi rituali propiziatori, una gestualità che appartiene a una memoria collettiva fatta di scaramanzia, ironia e umanità. C’è in tutto questo una dimensione generazionale: quella di chi sa ancora prendersi meno sul serio, di chi utilizza il sorriso come strumento per affrontare le tristezze e le difficoltà del caso.
Un immaginario tra letteratura e cinema
Sappiamo anche essere caricature, personaggi istrionici che rimandano a un immaginario letterario e cinematografico preciso, da Vasco Pratolini fino alle icone del cinema muto americano, dove il corpo e la danza avevano un ruolo centrale. Viene in mente Harold Lloyd, sospeso temerariamente sulle strutture d’acciaio dei primi grattacieli degli anni venti, quasi a celebrare elasticamente – o esorcizzare – il rito del progresso. Allo stesso modo, Massimiliano Mazzola sembra aver dato forma e mimica a un gesto che, pur nella sua semplicità, contiene un significato più profondo: umanizzare uno spazio politico spesso irrigidito, restituendogli una dimensione umana e goliardica.
Tra sarcasmo e incomprensione
Non sono mancate, naturalmente, letture più taglienti e scontate. C’è chi ha scelto il sarcasmo, chi ha sovraccaricato quel momento di retro pensieri e allusioni, perdendo forse il senso più immediato del gesto. Un messaggio di distensione. Chi non ha voluto interpretarlo con il giusto distacco probabilmente non ne ha colto la dimensione, affannandosi in una critica che appare, anche a tratti, inutile e persino tossica e fuorviante.
Guardare oltre
Eppure, al di là del clamore riproducibile, resta una certezza più semplice che va al di la di ogni apparenza, ogni finta parola e quella che connota una generazione che ha deciso di crescere continuando nonostante l’età, a giocare. Perché, in fondo, oltre ogni racconto, resta la quotidianità e l’amicizia più o meno solida. Quando le piazze si svuoteranno, si abbasseranno i toni e tutti torneranno nei loro spazi intimi ci sarà sempre qualcuno che continuerà a urlare sotto le finestre del centro medico diagnostico: “Scinn, Max”. “Io ho pienamente ragione, i tempi sono cambiati, gli uomini non domandano più nulla dai poeti: e lasciatemi divertire!” tuonava Palazzeschi.
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