Disuguaglianze educative, tempo pieno, dispersione scolastica e intelligenza artificiale: la scuola italiana alle prese con una trasformazione profonda.
Scuola italiana, il grande divario tra Nord e Sud
La scuola italiana attraversa una fase di trasformazione profonda, stretta tra disuguaglianze territoriali, povertà educativa, dispersione scolastica, fragilità sociali e nuove sfide tecnologiche. Un sistema chiamato a cambiare mentre continua a fare i conti con un problema antico: non tutti i bambini e i ragazzi hanno le stesse opportunità di apprendere, crescere e costruire il proprio futuro.
È questo uno dei temi centrali affrontati da Marco Rossi-Doria nel volume Scuola-educare quando tutto sta cambiando, pubblicato da Vita e pensiero con la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi. Un libro che nasce da una lunga esperienza maturata nelle scuole e nelle periferie, dentro e fuori dall’Italia, e che prova a leggere il presente dell’istruzione senza indulgere né nel pessimismo né nelle facili ricette.
Una scuola che non può essere soltanto riformata
Il problema della scuola italiana non sembra essere soltanto quello delle riforme, spesso numerose e difficili da tradurre nella realtà quotidiana delle aule. È soprattutto una questione di visione. La scuola è chiamata a confrontarsi con una società profondamente diversa da quella nella quale sono stati costruiti molti dei suoi modelli organizzativi e didattici. La pandemia ha rappresentato una cesura particolarmente evidente, facendo emergere fragilità già esistenti e rendendo ancora più visibili le differenze tra territori, famiglie e condizioni sociali.
La didattica a distanza ha mostrato le potenzialità degli strumenti digitali, ma anche i loro limiti quando vengono utilizzati in assenza di relazioni, infrastrutture adeguate e condizioni familiari favorevoli. Da quella esperienza emerge una necessità più ampia: costruire una scuola capace di dialogare con una vera e propria comunità educante, nella quale famiglie, istituzioni, terzo settore e territorio concorrano alla crescita dei più giovani.
Il tempo pieno e la geografia delle opportunità
Uno dei dati più significativi riguarda il tempo pieno, che diventa anche una misura delle disuguaglianze territoriali. La differenza tra Nord e Sud è infatti particolarmente marcata: secondo i dati richiamati nel volume, il tempo pieno riguarda circa il 48 per cento degli alunni al Nord, mentre al Sud si ferma intorno al 18 per cento, con percentuali ancora più basse in alcune regioni, fino ad arrivare all’8 per cento in Sicilia e Molise.
Non si tratta soltanto di una diversa organizzazione dell’orario scolastico. Dietro quelle percentuali ci sono centinaia di ore di formazione che possono incidere sul percorso educativo di un bambino. La differenza arriva a circa 200 ore, una quantità di tempo che equivale sostanzialmente a un intero anno scolastico.
La disuguaglianza educativa, quindi, non nasce necessariamente alle superiori o nel momento in cui un ragazzo decide di abbandonare gli studi. Può iniziare molto prima, già nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado.
Povertà educativa: anche chi resta a scuola può rimanere indietro
È uno degli aspetti più delicati della questione. La dispersione scolastica rappresenta soltanto la forma più evidente del problema. Esiste infatti una povertà educativa meno visibile, quella di chi frequenta regolarmente la scuola ma non riesce comunque a raggiungere competenze adeguate. È il cosiddetto fallimento formativo implicito, un fenomeno che rischia di lasciare migliaia di giovani formalmente dentro il sistema scolastico ma sostanzialmente ai margini delle opportunità che l’istruzione dovrebbe garantire.
La scuola diventa così uno degli strumenti fondamentali per contrastare le disuguaglianze sociali, ma soltanto se riesce a offrire opportunità realmente comparabili indipendentemente dal luogo di nascita e dalle condizioni economiche della famiglia.
Imparare non significa soltanto ricevere informazioni
Un altro nodo riguarda il modo stesso di concepire l’apprendimento. La scuola del futuro non può limitarsi alla trasmissione di nozioni. Deve insegnare a comprendere, collegare, verificare, discutere e interpretare la realtà. Deve costruire autonomia di pensiero e capacità di relazione. In questo senso torna centrale il significato originario di educare, inteso come capacità di tirar fuori, accompagnare e sviluppare ciò che una persona possiede, piuttosto che limitarsi a riempirla di informazioni.
È una prospettiva che assume ancora maggiore importanza in una società nella quale l’accesso alle informazioni è praticamente illimitato, mentre diventa sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è rilevante da ciò che è marginale.
La sfida dell’intelligenza artificiale
Dentro questo scenario si inserisce la questione dell’intelligenza artificiale, destinata a modificare profondamente anche il modo di studiare e di insegnare. L’IA non può essere affrontata soltanto come una minaccia da arginare né come una tecnologia da adottare senza condizioni. La sfida è costruire un rapporto consapevole con strumenti capaci di produrre testi, immagini, sintesi e risposte in pochi secondi.
Il rischio è che la tecnologia finisca per sostituire proprio quelle capacità che la scuola dovrebbe invece rafforzare: il ragionamento, la lettura approfondita, la capacità critica e la relazione con gli altri. Per questo il tema non è soltanto quanto gli studenti utilizzeranno l’intelligenza artificiale, ma come impareranno a utilizzarla. Una scuola adeguata al nuovo scenario dovrà insegnare anche a interrogare le macchine, verificare le loro risposte e riconoscerne limiti ed errori.
Il ritorno del «noi»
In una società sempre più individualizzata, la scuola conserva una funzione che nessuna tecnologia può replicare completamente: mettere insieme persone diverse.
L’aula resta uno spazio nel quale si impara non soltanto una materia, ma anche ad ascoltare, confrontarsi, rispettare l’altro, gestire il conflitto e costruire una dimensione collettiva. È il valore del «noi» contrapposto a una crescente iper-individualizzazione, alimentata anche dagli algoritmi e dalle piattaforme digitali che tendono a costruire esperienze sempre più personalizzate. La scuola, al contrario, è per sua natura un luogo di incontro tra differenze. Ed è proprio questa dimensione universalistica a renderla ancora indispensabile.
Una questione nazionale che riguarda soprattutto le periferie
Il problema diventa ancora più evidente nelle periferie, dove alla fragilità educativa si sommano spesso povertà economica, disagio familiare, carenza di servizi e assenza di opportunità extrascolastiche. È in questi contesti che la scuola può arrivare a rappresentare molto più di un luogo di istruzione. Può diventare presidio sociale, spazio di aggregazione e punto di riferimento per una comunità.
L’esperienza dei maestri di strada e delle scuole di seconda occasione, maturata anche nei quartieri più difficili di Napoli, si colloca proprio dentro questa idea: intervenire là dove lo Stato e le istituzioni educative rischiano di arrivare tardi, oppure di non arrivare affatto.
La scuola come bene comune
L’analisi ripropone infine una domanda fondamentale: che cosa deve essere la scuola? Non un semplice servizio pubblico tra gli altri e neppure una palestra riservata ai più meritevoli. La scuola è uno degli strumenti attraverso i quali una società costruisce il proprio futuro.
Per questo le disuguaglianze educative non possono essere considerate un problema esclusivamente scolastico. Sono un problema sociale, economico e democratico. Garantire a un bambino del Sud le stesse opportunità di un coetaneo del Nord significa intervenire sull’organizzazione della scuola, ma anche sui trasporti, sui servizi, sulle mense, sugli spazi educativi, sul tempo pieno e sulla possibilità delle famiglie di partecipare alla vita scolastica. La riflessione di Rossi-Doria, ripresa e analizzata da Il Mattino, si muove dunque lungo una linea precisa: mentre tutto cambia, dalla società alla tecnologia, la scuola non può permettersi di perdere ciò che rimane essenziale.
Perché educare significa ancora costruire persone capaci di leggere il mondo, comprenderlo e cambiarlo. E in un’epoca nella quale le macchine possono produrre risposte sempre più rapidamente, la vera sfida della scuola sarà forse proprio quella di insegnare alle nuove generazioni a continuare a fare le domande giuste.













