Il professore Gerardo De Marco raccontava Sant’Egidio tra cultura, memoria, ironia e critica a una politica spesso lontana dal territorio.
Il professore Gerardo De Marco è stata figura intellettuale di altri tempi. Forse troppo avanti, con la sua visione culturale, per Sant’Egidio del Monte Albino, verso la quale ha sempre nutrito un rapporto di profondo amore, conoscendone tutti i vasi comunicanti e rappresentando, allo stesso tempo, un pungolo anche per la politica locale. De Marco fu per molto tempo al fianco dell’allora sindaco Roberto Marrazzo, con il quale concepì quella che fu la vera Vivacultura, uno spazio culturale raffinato e intelligente che poi, nel tempo, è diventato una sorta di suk.
Una penna leggera, ma nello stesso momento segnante, che sapeva cogliere il lato debole nelle cose e nei fatti, rimarcarne i difetti, ma anche coniugare la conoscenza con la bellezza di un paese svilito, nei decenni della scellerata politica, dal cemento e da un’urbanizzazione disorganizzata, voluta da una politica improvvisata che, fino alla fine, ha voluto tenere sul filo con le sue perle di saggezza e di ironia montandola anche in qualche verso dalle rime basciate.
Una penna dentro la storia del paese
Molti suoi concittadini lo conoscevano soltanto per le sue uscite sui social, non avendolo frequentato, anche perché la sua salute cagionevole non gli permetteva da tempo grandi spostamenti tra i rivoli dei vicoli della storica Sant’Egidio del Monte Albino. Eppure, proprio quei vicoli, quelle strade, quelle evocazioni storiche erano diventati un momento, un riferimento culturale al quale il professore De Marco guardava con attenzione critica, ma anche con lo sguardo amorevole del buon padre di famiglia. Conosceva il paese, le sue contraddizioni, le trasformazioni e le lacerate ferite. E proprio attraverso la scrittura riusciva a restituire una lettura personale, spesso ironica, ma mai priva di affetto.
L’ironia come forma di critica
La sua penna non cercava necessariamente il clamore. Aveva piuttosto la capacità di entrare nelle pieghe della realtà, individuare ciò che non funzionava e sottolinearlo con una leggerezza capace, allo stesso tempo, di lasciare il segno. La sua critica al cemento, all’urbanizzazione disordinata e a una certa politica locale improvvisata era accompagnata dalla conoscenza profonda del territorio e della sua storia. Per questo Gerardo De Marco non è stato soltanto un osservatore, ma la voce del suo paese, una presenza culturale incombente, ma mai scomoda, capace di dialogare con la città anche attraverso l’ironia, la memoria e i saggi aforismi che hanno accompagnato fino alla fine il suo rapporto con Sant’Egidio del Monte Albino. Con la sua perdita ora si spegne un’altra voce critica e, insieme, un riferimento culturale irripetibile.
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