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Napoli. Armi e giovani: una crisi sociale e culturale che richiede misure drastiche

Napoli affronta una crisi di violenza giovanile legata a camorra e cultura della forza. Urgono misure di sicurezza e alternative educative e lavorative

Napoli. Armi e giovani: una crisi sociale e culturale che richiede misure drastiche

Napoli vive giorni drammatici, scossa da un’escalation di violenza giovanile che mette a nudo problemi profondi e radicati. Tra pistole scacciacani modificate in armi letali, coltelli e una cultura di strada sempre più intrisa di violenza, la situazione sembra ormai fuori controllo. L’omicidio di Arcangelo Correra, il terzo in meno di tre settimane, ha riacceso il dibattito su quali siano le misure più efficaci per contrastare questa ondata di criminalità giovanile.

Un fenomeno complesso

“Il fenomeno che osserviamo oggi è complesso,” afferma Emilia Galante Sorrentino, sostituto procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli, intervistata dall’agenzia ANSA. “Da un lato c’è una ‘camorra 2.0’ che usa anche i minorenni, li arma e li coinvolge direttamente nelle attività criminali, facendo leva su una giustizia meno severa per loro e sulla familiarità che questi ragazzi hanno con il territorio.”

Problema culturale

La situazione, secondo Galante Sorrentino, è aggravata da un allarmante problema culturale: “Tra i giovani si diffonde una mentalità camorristica che esalta la forza del branco e il controllo del territorio. Non è più solo la camorra ad agire: c’è un fascino che alcuni giovani trovano in questo modello, che sembra conferir loro potere e appartenenza.”

Questa mentalità, spiega il magistrato, non si esprime solo negli ambienti criminali, ma anche nelle relazioni quotidiane dei giovani: “Abbiamo assistito a risse tra studenti di liceo in quartieri centrali di Napoli, come Chiaia, con livelli di violenza prima inimmaginabili. Un tempo questi episodi erano isolati e meno gravi; oggi vediamo una risposta camorristica anche per banali screzi, come uno sguardo di troppo o una scarpa pestata.”

Armi facili e droga: il mix letale

Un elemento chiave di questa crisi è la facilità con cui i giovani riescono a procurarsi armi. “In pochi anni siamo passati dalle scazzottate ai coltelli e poi alle pistole,” continua Galante Sorrentino. “Con pochi soldi, un ragazzo può acquistare una pistola a salve online e farla modificare da officine illegali in un’arma funzionante.” Questo fenomeno si intreccia con l’abuso di droghe, creando un mix pericolosissimo che alimenta il clima di violenza per le strade.

Galante Sorrentino non nasconde la gravità del problema: “È una guerra, e come tale richiede misure forti. Serve l’esercito nelle strade, e le forze dell’ordine devono poter monitorare costantemente il territorio, anche oltre la mezzanotte, quando le strade diventano terreno di nessuno.” La richiesta è quella di blindare la città e aumentare la videosorveglianza, “perché la sicurezza è un diritto primario che deve prevalere sul diritto alla privacy.”

La necessità di alternative culturali e sociali

Tuttavia, per affrontare in maniera duratura questa crisi non basta solo l’approccio repressivo. La procuratrice sottolinea l’importanza di investimenti culturali e formativi: “Dobbiamo proporre modelli alternativi e investire in scuole, formazione e opportunità lavorative. I giovani devono trovare strade legali per sentirsi parte della società e realizzarsi senza dover ricorrere alla criminalità.” Galante Sorrentino sottolinea come gli sforzi di rieducazione, anche attraverso programmi portati avanti dall’Istituto penale per i minorenni di Nisida, spesso falliscano nel momento in cui il giovane rientra in un contesto privo di alternative.

Galante Sorrentino insiste sulla necessità di rafforzare le alternative e le strutture di supporto per i giovani, soprattutto per quelli che hanno già avuto problemi con la giustizia: “Serve una rete di supporto anche per il reinserimento, e che questa non dipenda solo dal volontariato. Se i ragazzi usciti dal circuito penale trovassero un lavoro, le probabilità di una recidiva si ridurrebbero drasticamente.”

Una battaglia collettiva

Napoli si trova, dunque, a fronteggiare una sfida complessa e multidimensionale. Non si tratta solo di limitare l’accesso alle armi o aumentare la sorveglianza, ma anche di promuovere un cambiamento culturale profondo. In assenza di un impegno congiunto, che coinvolga istituzioni, scuole, famiglie e comunità, il rischio è che il fenomeno continui a crescere, mietendo altre vittime e condannando molti giovani a un futuro segnato dalla violenza e dall’illegalità.

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