Era il pomeriggio del 26 agosto 1982, quando Salerno fu teatro di uno degli episodi più drammatici degli anni di piombo. Intorno alle 15, in via Antonio Parisi, una strada parallela al Lungomare Colombo, un commando delle Brigate Rosse attaccò un convoglio dell’89° Battaglione Fanteria Salerno, diretto dalla caserma Cascino alla caserma Angelucci.
L’obiettivo dell’azione terroristica era chiaro: impossessarsi delle armi trasportate dai militari. I brigatisti organizzarono l’agguato da più punti, utilizzando alcune automobili per ostacolare il passaggio del convoglio e uomini a piedi per controllare la zona e garantire la fuga.
Dopo aver intimato la resa ai militari, il commando aprì il fuoco. Le raffiche colpirono non solo i componenti del convoglio, ma anche persone che si trovavano nelle abitazioni e nelle strade circostanti.
Tra le vittime civili ci fu Salvatore De Sio, appena 19 anni, raggiunto da un colpo alla testa mentre si trovava sul balcone di casa. Ferita, seppure di striscio, anche Lorenza Trevisone, una bambina di soli 7 anni che si trovava alla finestra.
Gravissime le conseguenze anche tra i militari. Antonio Palumbo, 22 anni, rimase gravemente ferito e morì poco dopo in ospedale.
Il conflitto a fuoco con la polizia
Dopo aver recuperato le armi, i terroristi tentarono di allontanarsi dalla zona. La fuga venne però intercettata dall’arrivo di una volante della polizia, dando origine a un violento scontro a fuoco.
A perdere la vita fu Andrea Bandiera, 22 anni, originario del Cosentino e in servizio a Salerno da circa sei mesi. Per il giovane agente non era il primo confronto con la violenza terroristica: in precedenza era rimasto ferito durante uno scontro con le Brigate Rosse a Roma ed era sopravvissuto anche a una sparatoria avvenuta all’ospedale di Castellammare di Stabia.
Nello stesso conflitto rimasero feriti Sergio Guarao, 24 anni, Tolomeo Ventura, 21 anni, e Mario De Marco, 31 anni. Quest’ultimo, colpito al torace, morì successivamente in ospedale.
Il bilancio finale dell’attentato fu drammatico: quattro persone uccise e otto ferite.
La rivendicazione
Dopo l’attacco, i componenti del commando riuscirono a dileguarsi. Poco dopo arrivò anche la rivendicazione dell’azione, attraverso una telefonata al quotidiano Il Mattino:
«Qui le Brigate Rosse, l’attentato di Salerno è nostro».
La notizia provocò profondo sgomento in città. Il giorno seguente Salerno fu attraversata da una manifestazione di protesta a piazza Sant’Elmo, mentre in Questura giunse il ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Le indagini si concentrarono sulla colonna napoletana delle Brigate Rosse. Tra i primi sviluppi investigativi ci fu anche il fermo di una cittadina tedesca di 40 anni, considerata inizialmente possibilemente coinvolta nell’attentato. Gli accertamenti, tuttavia, non avrebbero successivamente fornito elementi sufficienti a collegarla alla strage.
Negli anni successivi vennero inoltre avanzate ipotesi su possibili rapporti tra ambienti terroristici e criminalità organizzata campana, in una fase particolarmente cruenta della storia della regione.
A 44 anni di distanza, l’assalto di via Antonio Parisi rimane una delle pagine più sanguinose degli anni di piombo in Campania: un’azione terroristica condotta nel pieno della città, durante un normale pomeriggio d’estate, che lasciò quattro vittime, otto feriti e una ferita profonda nella memoria di Salerno.













