La morte di un clochard a Caserta, ucciso per 50 euro, racconta quanto la nostra pietà arrivi sempre troppo tardi
Il corpo di chi non conta
Ci tormenta un pensiero e chiediamo perdono per non avere fatto il possibile. C’è un momento, nella vita di chi finisce per strada, in cui smette di avere un nome e diventa “invisibile”. Diventa “un senzatetto”, “un caso”, una sagoma seduta su un cartone che gli occhi imparano a scavalcare. Guido Roviello un nome lo aveva, 62 anni, un matrimonio finito, una casa perduta, un lavoro sfumato: la solita, banale spirale che porta un uomo qualunque a dormire in piazza Sant’Anna, a Caserta. Poi un debito di 50 euro, una lite, i colpi di un altro uomo senza fissa dimora, forse come lui ma con una rabbia diversa e cattiva. E allora, di colpo, il nome è tornato: sulla bara, in una foto che lo ritraeva ancora sorridente in vita, questa misera, portata in cattedrale dal vescovo Pietro Lagnese.
Qui la tesi, per quanto scomoda, va detta senza troppi giri di parole: noi restituiamo dignità ai poveri solo da morti quando ci accorgiamo di avere un’anima, una sensibilità anestetizzata dal tempo e dal consumo che ne facciamo insieme alle cose materiali: una borsa, un paio di scarpe, uno smartphone, una pizza, l’elenco potrebbe essere lungo e interminabile. Da vivi , questi poveri mortali li rendiamo trasparenti; da morti, improvvisamente, meritano una messa solenne, la commozione della gente, un titolo di giornale. È un’ipocrisia collettiva talmente diffusa da non sembrare nemmeno più tale. Una necessaria ipocrisia per farci sentire in pace con le coscienze, come se stessimo recitando un “atto di dolore” che manco ci appartiene.
La colpa di chi guarda
Il pensiero comune vorrebbe consolarci, giustificare la nostra disattenzione: la colpa è tutta di chi ha sferrato i colpi, un uomo arrestato e ora accusato di omicidio aggravato. Ma il vescovo Lagnese ha indicato un’altra colpa, più scomoda perché diffusa, meno individuabile perché di tutti: “l’indifferenza” di chi ha assistito al pestaggio – ripreso persino in un video finito online – senza muovere un dito. Non è una colpa penale, certo. È qualcosa di più ancestrale e diffuso: la convinzione, mai dichiarata ma agitata ogni giorno, che la vita di un clochard valga meno la nostra premura.
Ecco il punto controcorrente: non è vero che “non potevamo fare niente”. Potevamo guardare Guido, accarezzarlo e tenergli un po’ la mano, ruvida di vita dolorosa prima che diventasse un cruento caso di cronaca. Potevamo chiedergli il nome quando ancora poteva rispondere. La solidarietà di Sant’Egidio e delle altre associazioni che lo avevano assistito dimostra che qualcuno, in realtà , lo aveva già fatto – e questo rende ancora più insopportabile l’indifferenza di tutti gli altri. Del modo che si consuma nei display dello smartphone, freddo e senza contatto umano.
Una domanda che resta senza risposta
Forse la vera domanda non è chi abbia sbagliato quella sera in piazza. È un’altra, più scomoda: quante persone come Guido incrociamo ogni giorno senza vederle davvero, convinti che il nostro sguardo distratto non pesi quanto un pugno? E se fosse proprio quello sguardo, ripetuto migliaia di volte, la prima forma di violenza? Riposa in pace, Guido accanto ai tuoi affetti.
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